Purtroppo è toccato ancora a “noi”! Plurale maiestatis per vicinanza ai soci che, causa meteo avverso, hanno perso la loro barca. Queste mie note sono scritte da tempo ma ora, col senno di poi, le rendo pubbliche con molto rammarico per non averlo fatto prima. Magari avrebbero aiutato. Comunque …. meglio tardi che mai!

Sul lago di Garda tutti sanno che l’ormeggio in boa, in considerazione “dell’impossibile” accesso ad un ormeggio in porto, è la soluzione più fattibile per i molti appassionati di nautica sia essa a motore che a vela.

Io non do per scontato che l’ormeggio in porto sia sempre la panacea di tutte le buriane, e se non lo è in porto potrà mai esserlo quello in boa? Comunque sia qualcosa si può fare, ovvero adottare tutti i possibili e facili accorgimenti di ispezione e manutenzione preventivi che possono aiutare l’armatore a dormire sonni più tranquilli. Purtroppo ultimamente la natura ci sta dando segnali molto evidenti che mal sopporta l’umano voler comunque trascurarla e, ultimamente con frequenza crescente, si scatena con vere e proprie inusuali bufere, non solo sul nostro Garda, creando danni a persone e cose spesso irreparabili.

Molti possono essere i motivi per cui una barca si stacca dall’ormeggio, vuoi per sotto-dimensionamento dell’ormeggio stesso, vuoi per scarso o superficiale controllo della linea d’ormeggio (Grilli, catena, girelle, cavi), vuoi per ormeggi “impiccati” che mal sopportano vento o peggio onde alte, vuoi anche per il mancato o difettoso ancoraggio del corpo morto posto su fondale molto scosceso, il risultato non cambia, la barca se ne va, talvolta portandosi appeso a prua il corpo morto (povero Sausalito!).

Tutti sappiamo che la maggior parte degli abituali gavitelli, posti ad ormeggio in acque pubbliche, sono generalmente costituiti da un corpo morto posto sul fondo dal quale, attraverso un grillo, parte direttamente una catena che spesso arriva alla boa gonfiabile in superficie (2). Quindi, questa boa galleggiante, dovrà anche sostenere il peso della catena stessa talvolta non indifferente.

Tale boa è dotata di un’asta d’acciaio passante con l’estremità volta al cielo chiusa ad anello e l’altra, quella immersa, collegata alla catena tramite una girella (1) a sua volta fissata all’asta talvolta con dado e contro dado o altri sistemi di bloccaggio. Questa tipologia d’ormeggio è in perenne movimento poiché la superficie lacustre/marina non è mai assolutamente ferma, vuoi per le onde generate dal vento vuoi per quelle generate dal passaggio, anche lontano, di mezzi naviganti.

Ne consegue un logorio continuo causato dallo sfregamento perenne sia delle maglie della catena che del grillo, posto alla base, nonché della girella sotto alla boa. Inoltre, la catena di questo tipo d’ormeggio deve provvedere sia al variare del livello dell’acqua lacustre (generalmente di poche decine di cm ma talvolta anche di un metro e più) che, quando in tiro, ad ammortizzare le onde e il vento che agiscono sulla barca, deve quindi necessariamente essere posata più lunga di qualche metro rispetto a quanto sarebbe sufficiente se tali variabili non esistessero.

In assenza di questi elementi naturali, l’eccesso di lunghezza, giace inerte sul fondo. Forse pochi sanno che questa situazione è molto deleteria per la vita della catena soprattutto nei fondali in cui è presente sabbia o limo. Questi elementi naturali infatti agiscono da polvere smeriglio che, col passare del tempo, causano un precoce logoramento degli ultimi anelli della catena, in particolare quelli che dal tratto verticale passano a quello orizzontale sul fondo, dove si realizza il pericoloso e subdolo indebolimento dell’ormeggio.

Ovvio che comunque un certo logorio delle maglie, seppur minore, lo subisce anche il tratto di catena verticale che dal fondo arriva in boa. Ecco quindi rendersi indispensabile e raccomandabile un attento e programmato controllo da parte di un operatore subacqueo, con l’occhio esperto, in particolare anche di quel tratto di catena oltre che della girella.

In merito ai cavi d’ormeggio, che collegano la barca alla linea d’ormeggio fissa, devono essere di buona qualità, di tipo a treccia, di lunghezza adeguata e di diametro non eccessivo (1 mm di diametro per ogni metro di lunghezza + 5 mm., quindi per una barca di 8 metri il diametro del cavo dovrebbe essere non inferiore a 13 mm) che renderebbero difficoltosa, e poco sicura, l’esecuzione del corretto nodo alle piccole gallocce di cui sono dotate le nostre imbarcazioni e idealmente protetti dallo sfregamento nel breve tratto a contatto con la falchetta.

A fronte di quanto detto vi descrivo come si potrebbe realizzare dal nulla un ormeggio potenzialmente sicuro. Dico potenzialmente poiché, non esiste alcuna cosa meccanica che, in movimento 24/24, potrà mai essere sempre totalmente sicura se non accompagnata da una minuziosa e calendarizzata opera di manutenzione controllo/revisione dei punti precedentemente citati soprattutto se realizzata in tale modo.

Posare e “dimensionare” un ormeggio in boa non è cosa da prendere alla leggera. Certo copiare da altre boe è facile ma dietro ad un lavoro serio c’è sempre un’esperienza ed uno studio adeguato. Comunque l’ambiente lacustre è piuttosto particolare ed impone delle considerazioni preliminari che, dopo l’autorizzazione comunale in cui viene indicata l’esatta ubicazione dello spazio lacustre occupabile, devono essere accuratamente messe in atto:

1) Esatta localizzazione del sito;
2) Ispezione subacquea per rilevazione sul tipo di fondale, sua profondità e inclinazione, distanza da terra;
3) Dimensionamento del corpo morto e della linea d’ormeggio;
4) Dimensionamento della boa di trazione;
5) Scelta del collegamento catena e del tessile;
6) Eventuale necessità di ancoraggio del corpo morto in funzione della pendenza del fondale;
7) Raggio di rotazione a disposizione.

Ora, senza tediarvi con i vari calcoli, utili per un corretto dimensionamento del corpo morto e del diametro della catena o del tessile, vi mostro uno dei tanti sistemi che, in acque mediamente profonde, ritengo possa essere sufficientemente sicuro precisando che, per esempio, la boa sommersa che tiene costantemente in tiro la catena limitandone il logorio prima citato, non serve solo a sostenere e mantenere in tensione il collegamento col corpo morto e il peso bagnato della catena ma, in combinazione con la parte tessile di treccia di poliestere (elastica per costruzione), agisce più morbidamente da ammortizzatore contro gli strappi imposti al natante da onde e dal vento sull’opera morta. Infatti, a meno tre metri il moto ondoso di superficie è praticamente inesistente per cui la linea d’ormeggio immersa sarà quasi sempre immobile e di conseguenza il logorio di tutti i suoi componenti sarà minore.

Con questo sistema si riducono al minimo i danni, anche ecologici, provocati alla catena strisciante sul fondale nonché elimina l’abituale boa galleggiante di superficie che, in assenza di vento, cozza continuamente sull’opera morta rovinandola inevitabilmente. Inoltre, in assenza di vento e corrente, la barca si posizionerà sulla verticale grazie all’azione del piccolo peso fissato al tessile vicino alla cima immersa. Non trascurabile inoltre il vantaggio che offre la modesta profondità del collegamento tessile/barca, consentendo di poter effettuare una facile ispezione visiva anche da parte di un normate bagnante, dotato di maschera e modeste capacità subacquee, e voglia sincerarsi dello stato del suo ormeggio. L’obbligatoria targhetta, che molti comuni impongono venga fissata alla boa di superficie, potrà essere comunque attaccata a quella piccola necessaria solo a sostenere in superfice la cima del cavo d’ormeggio subacqueo ed il piccolo peso.

Volutamente trascuro la descrizione di qualche dettaglio, che però è piuttosto evidente nello schema, per stimolare l’attenzione del lettore nella scoperta.

Meglio di tanti discorsi credo che questo schema possa essere più esaustivo.

Questo schizzo vuole essere, senza pretese, solo un suggerimento per un diverso ormeggio a gavitello derivato da una rielaborazione frutto delle idee e dei molti lavori subacquei fatti assieme all’amico Tosi Roberto a cui devo molte delle mie esperienze sia veliche che subacquee. Ricordo in particolare che si stava anche analizzando l’idea di porre un grosso imbuto sulla linea tessile immersa che, senza appesantirla, avrebbe fatto da ulteriore freno al beccheggio della barca causato dalle onde.
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B.V.
Francesco Rancan