Sarà che diventando diversamente giovani ci si addolcisce, ma sempre più spesso sto scoprendo che, quando ascolto i racconti dei “ragazzi” divenuti Capitani …. mi emoziono dalla gioia!

Per me tutto nacque tanti anni fa, poeticamente potrei dire: “Correva all’incirca l’anno Domini 1975”, quando per imparare ad andare in barca a vela si doveva essere invitati dai rari armatori del tempo. Persone in genere appartenenti ad una élite sociale che non mi apparteneva, talvolta veri Signori.

L’arte del saper comandare una barca a vela era cosa per pochi e in maggior parte loro erano ricchi benestanti. Così per svariati anni, preso in simpatia da più d’uno di questi, fui invitato spesso a bordo di magnifici velieri per fare il mozzo gira “menatoli” (verricelli) e il “tira corde” (scotte e drizze); questi erano i miei termini di allora, corde che per me erano tutte uguali e soprattutto troppe, senza sapere ne quanto ne come e tantomeno il perché.

Poi, piano piano con esasperante lentezza, osservando un po’ uno, un po’ quell’altro, ascoltando quasi furtivamente i commenti fra i presenti “esperti di vela” sul perché di quella manovra o di quella rotta, rubacchiando informazioni qua e là e collegandole fra loro a modo mio, col passare degli anni, cominciai anch’io a capirne un pochino di quell’affascinante mondo che mi si stava affacciando davanti.

Queste esperienze durarono vari anni e potevo ritenermi fortunato per avere queste possibilità che tanti altri mi invidiavano. Certo ho speso parecchio del mio tempo, anche rubato alla famiglia e agli amici, ma era una cosa più forte di me.
Poi, le cose evidentemente nella propria testa maturano e, in compagnia di una combriccola di amici subacquei e colleghi di lavoro, compreso il solito noto e onnipresente Tosi Roberto, decidemmo di provare a studiare, col sistema “fai da te” visto che in Verona non esistevano scuole nautiche, per cercare di prendere la patente nautica. Cosa piuttosto singolare per quei tempi.

Fu un periodo piuttosto impegnativo. Più o meno tutti a digiuno su quanto proponeva di studiare una delle poche guide allora disponibili, il “Guglielmi”, ma con tanta buona volontà e caparbietà per lunghi mesi, di sera, dopo cena, stanchi per le giornate di lavoro, si studiò privatamente con notevole assiduità ed impegno fino ad arrivare alla porta della Capitaneria di Chioggia in un bel giorno d’estate. Quella mattina erano molti i presenti sull’uscio in attesa della chiamata alla prova di teoria. Tutti provenienti da diverse e maggiori esperienze di navigazione della mia, comunque molto preparati. Tutti più o meno tesi. Noi, privatisti spaesati! Io, giunto sulla soglia della porta d’accesso all’aula, alla vista della sedia vuota che sarebbe stata il mio “patibolo”, di fronte a sei austeri militari in divisa della marina militare, mi rendevo conto di avere la testa completamente vuota.

Bontà del più anziano di loro, forse il comandante, che probabilmente vedendomi bianco come un cencio e prossimo allo svenimento, seppe mettermi a mio agio con domande extra nautica e tutto si concluse nel migliore dei modi dopo 50 intensi minuti di prova, con i complimenti per la preparazione e fu subito liberazione.

Mi sentii leggero come una piuma come svuotato di tutto , conscio che la prova più difficile era superata e la strada ora era in discesa. Camminavo a tre metri da terra. Prima non avrei scommesso una lira!Da lì iniziano le varie esperienze, inizialmente privatamente con amici che si fidavano (beata incoscienza) e poi con questo splendido gruppo velico chiamato “Il Paterazzo” del quale ho fin da subito respirato la voglia di trasmettere l’arte marinara senza altri interessi, come in un gruppo di amici.


Forse, a ben pensarci, la genesi che mi ha spinto a proseguire per questa strada fino ad oggi, mantenendo il medesimo spirito, è stata l’espressione che più di tutte mi ha intimamente inorgoglito confessatami dalla moglie dell’amico che ora non c’è più e che gli ha raccomandato: “Se, con nostro figlio, dovrai andare in barca con qualcuno che non sono io vai solo con lui” e così avvenne per un certo tempo.

Da qui capii che le esperienze, che mi sono così faticosamente costruito, non potevo tenerle solo per me ed iniziai ad essere più deciso a volerle regalare a chiunque ne volesse approfittare. Quindi, nel 1991, iniziai nel Paterazzo cercando di dare una mano a costruire gli embrioni di quello che oggi è la sua spina dorsale: il gruppo “Capibarca”.

Ora ultimamente da VIP (vecio in pension, come afferma qualcuno) nel 2021, mi sorprendo a fare ancora, e con molto piacere, varie uscite giornaliere infrasettimanali con allievi del gruppo velico che vogliono fare esperienza post corsi.
Ecco che, anche per me come penso per tutti prima o poi, è arrivato quel momento che fa pensare al passato della tua vita e a tutto ciò che hai fatto o no ma soprattutto a ciò che hai fatto per gli altri o no.

Di questo mio bilancio racconto solo la piacevolissima sensazione che, dopo anni di “insegnamento” velico, ora realizzo, l’emozione vera e sincera che provo quando, i ragazzi che considero allievi (solo perché vogliosi di capirne di più) non mi telefonano più per fare un’uscita assieme perché, ormai formati e liberi come piccoli uccellini che abbandonano il nido, hanno iniziato a navigare da soli e poi, giustamente orgogliosi, mi raccontano delle loro avventure, delle loro sensazioni e, perché no anche dei loro timori e delle loro paure.

Ecco, qui sale il nodo alla gola e … mi commuovo rendendomi conto di essere stato un uomo veramente fortunato per aver avuto la possibilità di cedere qualcosa ad altri che ora ne godono autonomamente e con piacere.
Ecco perché, a tutti coloro che sono venuti in barca con me dico sempre: “Per quel che so chiedetemi e rubatemi tutto. Non voglio che anche voi facciate la fatica di imparare come ho fatto io”!

Certo, il merito non è solo mio ma anche il Paterazzo ha fatto la sua parte infondendo, e continuando ad infondermi, lo spirito di diffusione dell’arte marinara in amicizia e senza presunzione.

Francesco Rancan