Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesima tragedia del mare, legata alle migrazioni ed al traffico di esseri umani: una barca a vela proveniente dalla Turchia, stipata all’inverosimile di disperati di origine prevalentemente afghana, ha imbarcato acqua ed è affondata.

In precedenza un’esplosione a bordo (le cui cause sono in via di accertamento) aveva causato alcune vittime. Molti dei sopravvissuti avevano i piedi ustionati e camminavano a fatica. Sembra che a bordo si trovassero oltre sessanta migranti, di cui almeno venti erano bambini.

Le norme internazionali e quelle italiane stabiliscono in modo inequivocabile che il soccorso in mare è un obbligo a meno che, per i soccorritori, non vi sia il rischio concreto di mettere a repentaglio la sicurezza della propria nave, dell’equipaggio e dei passeggeri.

Una convenzione internazionale del 1979, sottoscritta anche dal nostro paese, ribadisce quanto già stabilito dalle norme del 1910 e 1914, recepite in Italia con un Regio Decreto del 1940. E’ fatto obbligo di prestare soccorso ai naufraghi e di condurli in un porto sicuro. Ecco perché il “blocco navale” richiesto da alcuni e promesso (in campagna elettorale) non è  in alcun modo realizzabile se non in aperta violazione delle norme che il nostro paese ha accettato e sottoscritto.

In ogni caso, se si avvista un’imbarcazione in difficoltà, si ha innanzitutto l’obbligo di segnalarne la posizione via radio all’autorità marittima competente. Sembra che, nel caso di questa tragedia, nessuna delle unità in navigazione nella zona abbia seguito questa procedura forse per il timore di essere “dirottate” nella zona in cui si trovava l’imbarcazione in difficoltà.

La competenza delle operazioni di soccorso era della nostra Marina in quanto l’imbarcazione che è affondata, pur trovandosi al di fuori delle nostre acque territoriali, era comunque all’interno dell’area S.A.R. (Search And Rescue) assegnata all’Italia.

Si tratta di una zona molto ampia del Mediterraneo Centrale, i cui limiti sono stati definiti dalle Nazioni Unite, che comprende una buona parte del canale di Sicilia e si spinge quasi fino a Malta e non lontano dalle coste della Grecia Ionica: all’interno di questa zona le unità Italiane (Marina Militare, Guardia Costiera, Guardia di Finanza) hanno l’obbligo di intervenire in soccorso di imbarcazioni e/o navi in difficoltà.

Questo obbligo, che potremo definire “istituzionale”, non esclude quello in capo a tutte la unità in transito, ivi comprese le imbarcazioni da diporto, purché siano nelle condizioni di prestare soccorso.

Quindi un Comandante di Unità da Diporto che, pur sapendo che in zona si trova una barca in difficoltà, decidesse di ignorare le richieste si soccorso, sarebbe passibile di denuncia penale e potrebbe essere accusato di omissione di soccorso in mare.

Potrebbe quindi essere chiamato a rispondere del proprio operato in tribunale ma, anche se riuscisse a farla franca, dovrebbe comunque renderne conto alla propria coscienza di uomo e di marinaio …  e questo è il tribunale che non concede sconti a nessuno!

Buon Vento!

Mirco Mascotto