Girovagando in barca e approdando in vari porti, accade di incontrare persone molto diverse tra loro…

Talvolta tali incontri possono essere poco piacevoli, come quando ci si imbatte in un vicino di barca un po’ ruvido che , quando state per ormeggiare, guarda da un’altra parte ignorando il fatto che un aiuto da parte sua potrebbe essere gradito, anche se non espressamente richiesto: un cavo dato a doppino, un parabordo spostato nel posto giusto e tutte quelle piccole, grandi attenzioni che dovrebbero far parte del galateo marinaresco.

Altre volte, accade invece che tali incontri siano decisamente più piacevoli e, nei casi più fortunati, addirittura sorprendenti.
Nel 2008 noleggiai un Oceanis 39 a Salivoli. Dopo una prima notte passata in rada nel golfo di Procchio (Isola d’Elba) all’alba dirigemmo su Macinaggio anche perché era stata annunciata una forte Libecciata, con successivo “veering” da Maestrale, previsto a Forza 5. Rimanemmo infatti bloccati in Corsica fino al tardo pomeriggio del giorno successivo quando, complice un miglioramento del meteo ed una sensibile diminuzione del vento, decisi di fare rotta su Capraia: vento portante, mare molto formato. Fiocco a riva … e via!

Fu una galoppata esaltante. Arrivammo a destinazione verso le 22.00, quindi con il buio. Nel porto le barche dovevano dare ancora al centro dello specchio d’acqua per poi ormeggiarsi di poppa alla banchina in cemento, vicino al distributore. Da qualche anno sono stati posati dei pontili galleggianti, ma allora nessuno gestiva l’approdo o forniva assistenza all’ormeggio.
Cercai di individuare un posto libero ed eccolo lì, abbastanza largo per accoglierci. Impostai la manovra, mandai qualcuno all’ancora poi arretrai lentamente infilando la poppa tra le due barche vicine.

Su quella di dritta notai subito una certa frenetica agitazione. Un signore si aggirava lungo la fiancata cercando di proteggerla con due parabordi che posizionò nei punti a suo parere più esposti ad eventuali urti, che fortunatamente non ci furono. Una tale preoccupazione mi sembrò eccessiva, anche perché quel porto è perfettamente ridossato da Maestrale quindi la situazione era più che tranquilla. Inoltre, al buio, non ebbi modo di rendermi conto che la barca in questione era una splendido sloop di 33”, interamente costruito in legno ed in perfette condizioni.

Di tutto questo mi resi conto il mattino successivo, con i raggi del sole che illuminavano quella splendida barca, con le fiancate tirate a coppale, il prezioso carabottino in pozzetto e le panche ricoperte di splendido teak, il cui comento non aveva un solo millimetro da sistemare. “Sarebbe proprio bello poter vedere anche gli interni” pensai.In quel momento un signore si avvicinò alla nostra passerella. Era minuto, di corporatura snella, con una maglia “marinara” a strisce orizzontali bianche e blu. I suoi modi erano raffinati ed il suo gesticolare rimandava ad un aplomb che sembrava provenire direttamente da un’altra epoca.
“E’ lei lo skipper?– mi chiese.
“Sì , sono io – risposi.
“Piacere” – continuò l’uomo la cui fisonomia mi era vagamente familiare –Sono l’armatore della barca in legno”.
“Complimenti!” – Accompagnai l’affermazione con un movimento delle braccia e delle mani che stava a significare, più o meno “tanta roba!”
Il mio marinaio – proseguì – mi ha detto che siete arrivati ieri sera tardi..Poi, come se avesse indovinato i miei pensieri, mi chiese: Per caso vuole vedere gli interni della barca ?”

Ovviamente non mi feci pregare e salii a bordo: non un solo pezzetto di plastica! Tutto splendido mogano, con costole, ordinate e serrette lasciate a vista. Un capolavoro firmato Sparkman & Stephens. Il mio ospite, sempre gentilissimo, mi faceva da guida, richiamando la mia attenzione su particolari costruttivi di particolare pregio e su alcune geniali soluzioni pensate dai due architetti americani.

Dopo qualche minuto eravamo seduti insieme ad un tavolino del bar del porto a goderci il sole del mattino, assaporando un buon caffè. Scrutavo il mio interlocutore cercando di ricordare dove lo avessi già visto prima. Poi misi a fuoco: Piero Ottone! Ecco chi era quell’uomo dai modi così educati e signorili. Scrittore, giornalista, ex direttore del Correre della Sera, con una rubrica settimanale, quando lo incontrai, sul Venerdì di Repubblica. Velista di vecchia data e grande appassionato di barche e di mare. Anni prima era stato protagonista delle cronache, quando aveva fatto naufragio davanti alla costa tunisina con il suo Dufour Arpege; un suo compagno di equipaggio morì in mare.

Ovviamente non parlammo di questo, ma ci scambiammo qualche racconto e condividemmo esperienze e sensazioni: i suoi modi, la sua grande educazione e la sua gentilezza mi conquistarono, mettendomi completamente a mio agio. Da parte sua nessuna supponenza.
L’incontro non durò più di mezz’ora ma ne fui davvero colpito ed ancor oggi, quando penso a Capraia, non posso non ricordare quell’uomo minuto, di corporatura snella, con una maglia “marinara” a strisce orizzontali bianche e blu.

Un amico che era a bordo con me, quando ritornammo a Verona, mi regalò un libro che Piero Ottone aveva scritto qualche anno prima: “La vela, piccola filosofia di un grande amore!“ Lo consiglio!

Buon Vento!

Mirco Mascotto