Di cose in mare ne accadono tante e di incontri se ne fanno molti. Parecchi rimangono nella scia senza lasciare tracce, altri rimangono indelebili nei cassetti della memoria emozionando anche a distanza di anni.

Alcuni di questi hanno inoltre qualcosa di più, di incantato. Difficili da spiegare perché sono difficili da comprendere. Sono così sorprendenti e fugaci da chiedersi poi se siano veramente accaduti.

Fine agosto, cielo lattiginoso, aria pesante e niente vento. Devo portare la barca a Porto Garibaldi e da Pola sarà lunga. Metto a duemila giri, lascio fare all’autopilota e mi guardo intorno. Passano le ore, forse arriverò col buio, il Volvo gira regolare ma ho un vago senso di inquietudine addosso.

Le ore passano. Qualche cenno di increspatura, poi una leggera brezza …mettiamo in vela ? Attendo, rinforza un po’. Ok, su la randa e fuori il genoa, si cammina a quattro e mezzo-cinque, sono ormai solo a 10 M dal porto ma tanto vale sfruttarlo.
Dura poco. Qualche miglio in prua si fa buio, poi nero e il vento aumenta, molto. Il tempo di ridurre lasciando solo la terza mano e il groppo arriva, violento e dritto in faccia. Onda ripida, frangente.

Per non scadere e perdere acqua non rimane che fare dei traversi e aspettare che passi. Smette di piovere, cala il vento. Il controluce vivido di un tramonto compresso tra la linea d’orizzonte e un tetto di nuvole ancora pesanti, fa scorgere sull’acqua molti detriti terricoli portati in mare dal colpo di vento.

In tutto questo caos, un piccolo essere ramingo cerca di tenersi ancora in volo su un mare che non gli offre scampo. E’ fragile, non ce la fa più. La furia del vento ha trascinato in mare anche lui. Con le poche energie rimaste devia per le ultime decine di metri, esita un attimo, si posa sulla falchetta.

E’ fradicio, ansimante. Mi guarda, forse cerca di capire se sono pericoloso, poi decide di no. E’ a un metro da me, continuo a timonare cercando di ridurre i miei movimenti al minimo per non spaventarlo. Dev’essere un tipo ardimentoso. Non si spaventa nemmeno quando cerchiamo di rifocillarlo mettendogli vicino qualche briciola. Dopo un po’ di tempo le piume si asciugano e il nostro impavido prende coraggio. Va a spasso per la coperta, esplora la barca posandosi qui e là e poi, stabilito che gatti a bordo non ce n’è, va anche a perlustrare sotto coperta.

Sempre più stupiti, stando in pozzetto spiamo la sua curiosità che rasenta ormai la spavalderia. Siamo ormai in vista della costa, si intravvedono le sagome dei palazzi. Il naufrago fa delle prove di decollo, lascia la barca per poche decine di metri, poi torna più volte.
Va all’albero, si posa su un winch, sembra guardare verso la terra ormai per lui a portata di volo, poi qui lo stupore diventa sconcerto.
Fa un piccolo volo verso di me, si posa prima su una spalla, poi sull’altra, rimane li qualche minuto per poi spiccare definitivamente il volo verso casa.

E’ stato un saluto? Un abbraccio fatto a modo suo? Mi piace pensare di si e solo l’inverosimile assurdità di ciò che stava accadendo mi ha trattenuto dal chiedergli:
“ Ma tu, chi sei ? “

Mario Bergamini