La storia dello yachting è stata fortemente caratterizzata da alcuni velisti, grandi navigatori che, con le loro imprese quasi epiche, meritano un posto nella bacheca immaginaria degli immortali. Cito i quattro che, con le loro gesta, più mi hanno colpito: Joshua Slocum, Vito Dumas, Bernard Moitessier, Francis Charles Chichester.
Si tratta di uomini di mare che hanno compiuto imprese a dir poco eccezionali, almeno per i tempi in cui hanno navigato, considerando anche la quasi totale assenza di supporti tecnologici (se si esclude la radio di bordo), e la durata delle loro navigazioni, dovuta anche alle barche su cui navigavano: mezzi marini ed affidabili ma senz’altro molto più lenti delle velocissime imbarcazioni di ultima generazione.
I loro lunghissimi viaggi a vela (perché di questo si tratta) sono ammantati da una patina un po’ vintage di romanticismo che, nel corso dei decenni, è andato perduto per lasciare il posto alla ricerca spasmodica della velocità, delle prestazioni ed ai record da sbriciolare, in ossequio alle esigenze di visibilità e di ritorno di immagine dei vari sponsor.
Esattamente sessant’anni fa l’inglese Francis Charles Chichester arrivò a Plymouth dopo aver circumnavigato tutto il pianeta, completando il giro del mondo in solitario dopo aver doppiato i tre grandi capi (Buona Speranza, Leeuwin e Horn), ripercorrendo la rotta dei mitici Clipper di metà ottocento: erano passati 274 giorni dalla partenza! Per questa impresa fu insignito del titolo di Sir da Sua Maestà la Regina Elisabetta.
La sua barca si chiamava Gipsy Moth IV, era armata a ketch ed era stata progettata appositamente per questa impresa dagli architetti navali Illingworth e Prmrose; fu costruita dal prestigioso cantiere Camper e Nicholson. Si rivelò da subito piuttosto difficile da condurre, tanto che Chichester la definì “un purosangue bizzoso” .
Al netto della difficoltà di messa a punto, Gipsy Moth dimostrò le sue eccezionali doti marine, soprattutto in occasione di due formidabili tempeste che sorpresero Chichester: la prima nel tratto di mare tra Australia e Nuova Zelanda, la seconda mentre stava doppiando Capo Horn.
Al largo dell’Australia la barca fu investita al traverso da un treno di onde alte più di 10 metri che prima la coricarono e poi la fecero sbandare ulteriormente: l’albero si immerse nell’acqua e la barca rimase ferma in quella posizione di equilibrio precario per circa trenta, interminabili secondi, dopodichè si raddrizzò senza aver riportato danni significativi e riprese la navigazione.
Quando Chichester scese sottocoperta, trovò un caos indescrivibile e, sul cielo della tuga, un arco “disegnato” dal vino rosso di una bottiglia lasciata aperta: quell’arco era di 140°, corrispondente allo sbandamento massimo della barca nel momento in cui rischiò il ribaltamento. Nel suo diario di bordo annotò proprio questo particolare che ci dimostra come le barche ben progettate e ben costruite abbiano capacità e risorse insospettabili.
Una curiosità: in questa impresa Chichester fu sostenuto da uno sponsor particolare: la società americana Tupperware, che fornì un set completo di contenitori i quali, proprio in occasione del “quasi” ribaltamento, dimostrarono tutta la loro efficacia, rimanendo miracolosamente ben chiusi e sigillati!


Immagini da yacht.de
Buon Vento!
Mirco Mascotto
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