E’ risaputo come i Fenici fossero un popolo di navigatori. Originari da terre sterili per l’agricoltura potevano fare affidamento solo sulla pesca e il commercio marittimo, si suppone, sin da 4.000 anni a.C. affacciandosi alla storia documentata nel 1.600 a.C.

Unici a garantire collegamenti fra i luoghi e le città del Mediterraneo stabilirono punti fissi d’approdo a servire come basi logistiche per le loro traversate non pochi dei quali divennero poi città. Verso il 1.000 a.C. anche il Mediterraneo sarebbe diventato ‘stretto’ per i loro traffici onerari anche perché iniziava ad apparire la concorrenza di altre marinerie: la greca e la romana.

I Fenici ben conoscevano lo stretto occidentale, l’unica porta che si apriva sull’infinito, sull’insondabile. Sicuramente l’avrebbero più volte superato per fermarsi poi a poche miglia a Nord e a Sud. Avranno osservato dalle alture o anche subito in mare qualche furiosa mareggiata… L’ambiente al di là dello stretto appariva conturbante e infido: un’altra acqua, altri tipi di onde, venti con altri regimi di turbolenza e poi quelle cronache pervenute da una spedizione effettuata verso Sud dove si riportavano cose spaventose mai viste e fatti inauditi: pesci enormi che affondano le navi, calme assolute di vento e aria mefitica, il mare che si colora di giallo (foce del fiume Senegal o Niger), il sole che culmina alto nel cielo fino ad averlo a picco sulla testa ad indicare il limite estremo del mondo.

Ecco allora ricorrere alla protezione sovrannaturale. La Fenicia aveva prestigiosi dei già dal X° sec. a.C. per esempio Malqart, discendente direttamente da Baal, dio dei terremoti e del commercio; a Biblo si venerava Eshmun, raffigurato isolato sulle rocce e in ambienti naturalistici.

Una statua prese posto su un piedistallo all’imboccatura occidentale dello stretto. Era fusa in ferro e rame, e rappresentava un uomo rivolto all’oceano, vestito di un gonnellino fino al ginocchio con il braccio destro alzato brandente un bastone di comando e il sinistro abbassato che tiene in mano una chiave. Malqart o Eshmon? Molto più tardi, verso l’anno zero, complici gli scritti e le argomentazioni di Strabone, Diodoro Siculo, Luciano e Ovidio, la divinità rappresentata da quella statua poteva venire equiparata all’altrettanta massima divinità greca Heracle, il romano Ercole.

Ercole, si volle raccontare, non fu da meno del suo collega fenicio. Pose due colonne, presumibilmente bianche, una sul Monte Abila (in terra d’Africa) e l’altra sul Monte Calpe (in terra europea) a mo’ di dromi per indicare l’ingresso dello stretto. Ad ognuna di esse una scritta ammonitrice o precauzionale avvisava “Nec plus ultra”. La versione piacque e prese piede.

Ma le cose non andarono proprio così.

Le marinerie dominanti nel Mediterraneo erano ormai quella greca, la romana e la cartaginese (fusasi con la fenicia). Lo stretto era percorso da ambo i sensi da navi ‘incolonnate’, naviganti necessariamente nel corridoio delle due correnti marine d’entrata e d’uscita. ‘Colonna’ è qui una cosa che procede come quella militare che va oltre. Il passaggio di Ercole’, quindi o anche ‘avanzare navigando con gli auspici di Ercole’. Il parallelismo dell’arcaica statua cuproferrigna con il dio Ercole e il colonnamento nello stretto hanno fatto sì di ricorrere alle pile di basalto per rendere chiara e popolare un’idea stravagante e avvincente.

B.V.

Franco Abriani