Andare per mare per amare chi? Quella parte di noi che emerge dagli occhi accesi, aperti, vivi, curiosi, eccitati, spesso critici, spensierati, competitivi, malinconici, esagerati, esigenti, in cerca di adrenalina pura o calma piatta.
Sguardi all’insù in cerca di vele tesate alla perfezione, balumina che non tentenna, filetti liberi, paralleli, vele di prua che …”volano” o gennaker generosi che abbracciano la prora.
Volti che aggrottano le ciglia per vedere a terra il prossimo approdo e se un’ altra barca entra nella stessa acqua anche l’equipaggio più sonnacchioso ed un po’ distratto si attiva, si aggiusta nel pozzetto e una vocina di solito dice: ma siamo ingaggiati??..lasciamoli dietro..
Quegli sguardi e quello spirito ho ritrovato nella nuova casa del Paterazzo, dopo un po’ di vita che mi ha portato altrove: nuova sede, accogliente, un portone che consente di entrare in un mondo ancora incredibilmente genuino, sportivamente spontaneo, inaspettatamente ancora mutualistico, fuori dal tempo.
Volti nuovi e volti di allora diversamente ….giovani…con qualche simpatico segno del tempo: per me, tesserata n. 112, tremendamente vintage e paterazziana degli anni 80/90, che meraviglia ritrovare lo spirito autentico!
E’ proprio questa attrazione fatale a mare, all’acqua, al vento che dà l’energia per lasciare la comodità/scomodità della terra ferma: è proprio quell’energia che porta a ricercare un tempo sospeso, quando gli ormeggi si staccano, le cime lanciate a terra o lasciate cadere in acqua, si abbandona il gavitello, si esce dal porto e il faro è un ricordo: è proprio allora che nessuno di terra ti può chiedere nulla, adesso la tua attenzione è rivolta ad altro.
Utile, a volte necessario, per ridimensionare quello che hai lasciato, cambiare la prospettiva, serve per vedere quello che a terra a volte non vedi più: te.
Esci per ritrovare l’allegria e il sorriso imbarazzantemente sbarazzino quando senti sul volto la brezza della bolina, la barca che sotto i tuoi piedi scivola sull’acqua, si libera, non ha più problemi (almeno lei) viaggia nel vento al meglio che può.
Sospensione del giudizio, attrazione fatale verso quel momento, che dura un momento, in cui tutto è perfetto, la vela è perfetta, l’equipaggio è perfetto, i sorrisi (anche se non visti) ci circondano, sta andando tutto bene… Dura però quella parentesi tra un cambio di stato, una virata, una strambata, un salto di vento e tutto ricomincia magicamente da zero, nuovi equilibri da ricercare, nuova bellezza da trovare. Faticoso, si, ma impagabile per me.
Se non l’avete mai vista, vi suggerisco la visione di una stampa originale della “La grande onda di Kanagawa” di Hokusai: la trovate a qualche metro da noi, in Piazza delle Erbe a Casa Maffei: è una stampa che ritrae quella bellezza pregna di paura di soccombere ed entusiasmo o speranza di farcela davanti ad un’onda maestosa, che può sembrare un abbraccio spumeggiante o un artiglio fatale che ti sta afferando.
Le tre barche di pescatori in balia dell’onda saranno a seconda della vostra immaginazione, eroi o succubi, ritratto dell’incertezza di chi va per mare che non sa cosa può trovare, ma sa che mettendosi alla prova può ritrovare sé.
Evviva,
Manuela Beverari
Alias Manula (feat.by U&co)
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