Tre dadi di legno, della grandezza di un grosso mandarino, erano contenuti in una intelaiatura di lucido ottone sulla consolle della timoneria, giusto nel mezzo ed alla base della grande vetrata ripartita da due piedritti di rinforzo che la facevano assomigliare, nel complesso, a tre feritoie che davano accesso alla visuale nella immensità marina.

Nitido sui tre dadi, predisposti dall’ufficiale a cui ero succeduto nella guardia di gaettone, appariva un numero composto di tre cifre, una su ciascun dado, che lette di seguito davano il valore di 157: giusto quello che avrebbe dovuto sempre segnare la bussola di rotta fino al prossimo WayPoint predisposto al largo di Capo Matapan.

Era quello che il Gino Bìscaro (ma non si poteva chiamarlo così) stava facendo due metri più addietro, ritto in piedi, gambe divaricate e ben salde sul carabottino, con le mani impugnate alle caviglie della ruota del timone e le braccia allargate come per un abbraccio d’amore con essa, in continuo movimento altalenante in su ed in giù per tenere la prua alla via, che le onde, generate da un Est quarta Sud, spostavano ogni volta di sei o sette gradi abbattendosi sul mascone di sinistra.

“Uno cinque sette? ”. “Uno cinque sette! ”. Ma non era il caso di chiederlo perché l’esperto timoniere esercitava da vent’anni il suo mestiere a bordo di navi d’altura… io invece no! Ero al mio primo imbarco.
Imbarco in qualità di “spare hand” (“mano dispari” che già dà, di per sé, l’idea di una persona di cui si può fare a meno), ma con la scrupolosa e compiacente pervicacia di applicare il rituale regolamentare contenuto nei mansionari.

Il mio posto era sulla sinistra della plancia, in piedi, vicino alla vetrata e quasi al suo contatto dove, in una tasca-custodia libera da chiusura, era posto un binocolo (scrupolosamente Carl Zeiss – Jena) e, all’estrema destra ve n’era un altro, solitamente disponibile per il Comandante. Il timoniere, arretrato sulla mia destra, continuava in silenzio il suo dinamismo acrobatico che faceva ruotare la rosa con continui passaggi a dritta ed a sinistra delle linea di fede, verde nella sua luminescenza alla luce diurna, mentre il disco dei decimali, nel suo andirivieni amplificato, compiva spostamenti che arrivavano a metà quadrante e ben oltre.

Fine della prima parte

Franco Abriani