Il ricordo di un caro amico – Attilio Menconi Orsini – medico, importante imprenditore ed esperto velista col quale ho avuto anche il piacere di navigare, mi porta talvolta rileggere alcuni passi di un suo libro che a suo tempo mi donò. Sono racconti dei suoi sessant’anni di barca e a volte quasi un diario morale dal quale traspaiono, insieme alla sua passione per il mare e la vela, rara umanità e anche i tratti di ambienti che amo ma ormai irreversibilmente trasformati. Vorrei condividerne alcuni passi con quanti vivono la stessa passione per il mare, la barca, le genti.
Buona lettura,
Mario Bergamini.
C’è stato un periodo della mia esistenza, quando avevo poco più di vent’anni, in cui l’ordinato programma della mia vita (università, laurea, medicina) mi sembrava troppo lungo e un po’ noioso. Volevo tutto (soprattutto più avventura) e subito. Così lasciai i testi universitari e, poiché ero un appassionato sub, divenni sommozzatore professionista. Cominciai col recupero di esplosivi e successivamente con la posa delle condutture della boa oceanica di Ravenna poi altri lavori alle Canarie, ecc., finché un’embolia al ginocchio non mi costrinse ad un anno di immobilità e di interventi chirurgici.
Così, tornai alla medicina (credo anche di essere diventato un buon medico) e, riprendendo le esperienze adolescenziali fatte sulle derive in legno di allora, comprai la mia prima barca cabinata. Era un Alpa 7 molto piccola, solo sette metri fuori tutto, stretta e profonda, sembrava uscita da una foto degli anni 30 e confermava l’antico detto “testa grossa e cul piccino è una barca di buon cammino”.
L’avevo comprata, indebitandomi col mio futuro suocero, da un tedesco che abitava sulle colline di Rimini e che credo non l’avesse mai portata al mare.
Fu con questa che iniziarono anni di veleggiate nell’Adriatico di allora e regate d’altura (con altre barche venute poi).
Allora, una volta arrivati di là e fatti i documenti d’ingresso, le cose cambiavano radicalmente, era quasi sempre possibile navigare, almeno un po’, ridossati dalle innumerevoli isole dell’arcipelago istriano e dalmato, il posto più bello del mondo per andare in barca, specie a vela.
Fu così che un dì arrivai a Arbe (Rab in croato) in un afoso pomeriggio di fine luglio di tanti, tanti anni fa.
Avevo all’ora il Classis 26’, meno di otto metri di lunghezza, sembrava all’epoca uno “yacht” tanto mi pareva grande. Eravamo partiti da Lussino al mattino presto, all’apertura del ponte sull’istmo. Mentre percorravamo il breve canale banchinato, un vecchietto ci salutò alzando le braccia al cielo e ci gridò “Ogni bene sior…. E tutta tela sior, tutta tela !“ Forse anche a lui il Classis sembrava più grande del reale perché appena fuori mi toccò precipitarmi a prendere i terzaroli che un gagliardo borino soffiava dritto in prua.
Poi però il sole si mangiò il vento facendoci trovare in calma piatta nel bel mezzo del Quarnerolo, fra le isole di Lussino, Cherso, Pago e Arbe. Così, soprattutto per non morire di caldo nel sole che si rifletteva nell’acqua a specchio, fu giocoforza affidarci al motore fuoribordo con la speranza di veder salire all’orizzonte gli alberi di Arbe. Lui, il fuoribordo, sfoderò il suo solito difetto: funzionava per circa un ora, poi si spegneva e dovevo smontare le candele e pulirle.
Così, appena trovato un ormeggio in banchina sotto le antiche mura (allora un solo albergo le aveva inglobate ed Arbe conservava intatto il suo splendido aspetto di città cinta da mura), andai alla ricerca di candele nuove perché il maledetto non ripartiva più. La banchina era deserta sotto un sole a picco, ma in un bar mi indicarono “Sior Bepo, lui può coi motori ….” Mi dissero che aveva l’officina sulla punta estrema di Arbe; andai.
Nelle mura si apriva una posterla che dava sul molo. Entrato, trovai all’ombra di un pino un vecchietto cui chiesi informazioni su Sior Bepo. Mi rispose con una tiritera di cui non capii nulla. Io non parlo serbo-croato, ma quel poco che sapevo mi bastava per escluderlo. Dialetto veneto-istriano non era, né italiano, né inglese, né tedesco. Vista la mia espressione incerta, il vecchietto ripeté ”Gallia omnia divisa….” ….”In partes tres”, riuscii a concludere non appena realizzai che si trattava del “De Bello Gallico” .
“Savè sior, sotto l’Austria i muli studiava, la scola la xera na cossa seria”, puntualizzo con un misto di orgoglio e di malizia equivocando sul mio stupore di essere accolto in latino e pensando che trovassi strano non il fatto che lo usasse per accogliermi, ma che lo parlasse un meccanico, per di più di paese.
Era il Sior Bepo che, a suo modo, voleva onorare l’ospite italiano. Il Sior Bepo Hagendorfer si presento compitamente, era un vecchietto curvo per gli anni, vestito modestamente ma pulitissimo e con decoro, con ai piedi un paio di pantofoline di velluto nero che gli davano l’aspetto di un turco.
Si fece spiegare il problema, poi mi disse che le candele nuove erano introvabili ma si mise subito a pulire quelle che avevo portato come campione.
Lavorava con estrema precisione di gesti e intanto si informava se il motore lo faceva spesso. Parlava con me in un Italiano compitissimo e scoprii in seguito che si esprimeva con altrettanta precisione in tedesco e naturalmente in serbo-croato.
“E cossa ti fa dele candele quando xè così ?” Risposi con noncuranza che le rimettevo in un sacchetto e una volta tornato a Ravenna le avrei buttate. E fu così che, seppur con un compitissimo giro di parole sulla ricchezza emergente dell’Italia, ebbi la mia prima accusa di consumista.
Mi disse che però il problema non erano le candele, ma bensì il motore. Anzi, a suo giudizio era colpa dell’elica, che affaticava troppo il motore.
Quando gli chiesi quanto gli dovevo mi chiese una cifra infima e alla mia occhiata incerta mi spiegò: “il costo del bicchiere di benzina che ho usato per pulirle”.
Rimontammo le candele, il motore ripartì al primo strappo, ingranai la marcia ma subito mi gridò di spegnere; non sentivo che il motore sotto tiro sforzava, anzi soffriva?
Ci voleva un’elica con meno passo, mi disse, anzi lui nel magazzino ne aveva una dalla quale si sarebbe potuto ricavarne una adatta, sempreché mi fossi fermato qualche giorno. Acconsentii, anche se avevo qualche dubbio. Costruire un’elica è già di per se una cosa difficile, ma bilanciarla lo è ancora di più, anche perché non avevo visto attrezzatura di sorta.
Così per qualche giorno vidi nascere ”nell’officina” (in tutto e per tutto il muretto sotto il pino sul quale sedeva o che gli serviva da banco) l’elica ricavata a colpi di lima da una più grande e con minor passo. Usò solo la lima, neppure la morsa, teneva il pezzo stretto con la mano contro la coscia, ogni tanto percuoteva le pale e dal suono capiva dove togliere materiale per bilanciarla. Intanto parlavamo e facevamo conoscenza.
Era stato in Italia, capo collaudatore dell’Alfa Romeo e, una volta pensionato, si era ritirato ad Arbe. In teoria con la pensione italiana avrebbe dovuto avere ben più del necessario ma, non so perché, viveva evidentemente del suo lavoro di motorista, aggiustando i fuoribordo dei locali, sempre a orecchio.
Turismo allora ad Arbe ce n’era poco, solo il vecchio albergo Liberty in fondo al porto, il marina sarebbe venuto una trentina di anni dopo; si ancorava in banchina. All’alba, subito fuori dalla porta verso monte, era ancora possibile vedere i contadini che di notte erano scesi dai campi con i loro prodotti, aspettare la luce del giorno e i primi clienti dormendo sotto i banchi di pietra del mercato.
L’elica, appena provata funzionò perfettamente, il motore prendeva tutti i sui giri e non sporcò più una candela. Quando gli chiesi quanto gli dovevo ebbi la sua stupefacente risposta: “Nulla perché oggi ho già guadagnato quello che mi serve”.
Sior Bepo inseguiva al tempo stesso un suo socialismo utopico e la sua promessa di terziario francescano per cui, ogni giorno, quando aveva incassato quel poco che gli serviva per le sue necessità immediate, lavorava gratis per il solo piacere di rendersi utile e per non avere la tentazione di accumulare denaro. Quando partii gli chiesi se potevo almeno mandargli qualcosa. Mi chiese qualche candela da fuoribordo e degli aghi da cucire perché sennò doveva attendere che qualche concittadino andasse a Trieste con la lista delle commissioni per tutta Arbe.
Gli lasciai il mio sacchetto di candele sporche e da casa poi gli spedimmo una dotazione di aghi di tutte le misure. Cominciammo così a tornare ad Arbe tutti gli anni e soprattutto a scambiarci lunghe lettere durante l’inverno. Parlavamo di tutto (meno che di politica vera e propria, argomento allora pericoloso da affidare alle poste) ma, nonostante questo, non ebbi mai il coraggio di dire a lui, profondamente religioso, che – anche se di formazione cattolica – ero quel che si dice un libero pensatore. Fra l’altro da lui ebbi la notizia che il nostro esercito aveva contribuito all’inferno storico delle guerre balcaniche con la sua parte di atrocità. Proprio su Arbe aveva organizzato un campo di concentramento che, nato con l’intento di isolare elementi sospettati di attività belliche irregolari, deve essere degenerato in qualcosa di peggio, se è vero che vi furono rinchiuse anche donne e bambini e soprattutto che la mortalità fu molto elevata contando circa 4.000 morti in un anno di attività.
In qualche occasione riuscii anche ad inviargli qualche pacco o qualche aiuto nei momenti di difficoltà, ma dovevo farlo con prudenza, trovando una scusa valida per non offenderlo. Ricordo ad esempio che, in seguito ad una sua lettera dove si lamentava del clima duro invernale (… ‘Xè sempre bora e piova ‘…) gli mandai un impermeabile di quelli militari, diciamo tecnologico, di quelli con la falsa pelliccia all’interno. Commisi un errore grossolano. Non lo indossò mai, anzi credo lo abbia regalato, perché troppo lontano dal suo modo, modesto ma correttamente tradizionale, di vestire.
Camminava per le strade di Arbe, per tutti ancora Calle de sora, Calle de mezo e Calle de soto, curvo strisciando un pò i piedi e fermandosi ad ogni casa a salutare e informarsi se tutto andava bene.
La nostra amicizia durò parecchi anni, finché ricevetti una lettera dove mi chiedeva un consiglio (aveva una stima e una fiducia imbarazzanti nelle mie qualità di medico) perché da alcuni giorni la pelle gli prudeva e pareva gli stesse diventando gialla. Mi precipitai a telegrafargli di farsi ricoverare a Fiume, di corsa.
Mi rispose un suo amico dicendomi che era già stato ricoverato d’urgenza. Lo stesso che pochissimi giorni dopo mi comunicò la sua morte. Non sono più riuscito a tornare ad Arbe.
Mi è rimasta, sullo scaffale a reggere i tanti libri di mare, l’elica.
Tratto da: ‘ADRIATICO, BARCHE, UN PO’ DI STORIA….UN PO’ DI ME.’
di Attilio Menconi Orsini
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